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La nación incluyente

Hace poco recibimos en el Foro la visita de tres compatriotas inteligentes, cultos y entregados que vinieron a presentar el Manifiesto “Libres e Iguales”. En ese acto hermoso, Arcadi Espada, Gabriel Tortella y Cayetana Álvarez de Toledo insistieron en sus críticas al nacionalismo, al que consideraron unánimemente detestable por muchos conceptos y razones.

Me parece, sin embargo, que no todo nacionalismo es repudiable. Sin entrar en la historia del concepto de nación, que es una historia compleja, en la que la palabra nación se ha usado para denominar realidades distintas, la nación ha tenido, principalmente, dos sentidos contradictorios en el siglo XIX, que es el siglo relevante para el debate presente en España.

En primer lugar, la nación como reflejo de una idea liberal. Por ejemplo, cuando la Constitución de Cádiz opone la Nación española al Rey y pone a éste al servicio de aquélla. Es el pretendido, aunque no conseguido, fin del absolutismo, el fin de la concepción de la nación como la hacienda, del rey. La Nación es nada más y nada menos que el conjunto de los ciudadanos, no la nación cultural, ni la clasista ni, menos, la racial. Los inventores de la democracia moderna y del constitucionalismo, los Constituyentes americanos llamaron más apropiadamente, a la nación, el pueblo. Recuérdese que, en inglés, “people” es un incontable y no puede ser entificado, cosificado, convertido en un universal real: es la gente y no EL PUEBLO.

“Artículo 1. La Nación española es la reunión de todos los españoles de ambos hemisferios.
Artículo 2. La Nación española es libre e independiente, y no es ni puede ser patrimonio de ninguna familia ni persona.
Artículo 3. La soberanía reside esencialmente en la Nación, y por lo mismo pertenece a ésta exclusivamente el derecho de establecer sus leyes fundamentales.

Esta misma concepción liberal de la nación es la que se contiene en el texto básico de educación en el nacionalismo liberal, el Corazón, de Edmondo de Amicis, lleno del espíritu del Risorgimento. Es un nacionalismo incluyente, como se puede ver en el siguiente fragmento. En él un niño nuevo llega a la escuela. El maestro lo presenta a la clase. Viene de la Calabria, del sur pobre; un inmigrante en el próspero norte, en Turín:

“22, sabatoCorazon

Ieri sera, mentre il maestro ci dava notizie del povero Robetti, che dovrà camminare con le stampelle, entrò il Direttore con un nuovo iscritto, un ragazzo di viso molto bruno, coi capelli neri, con gli occhi grandi e neri, con le sopracciglia folte e raggiunte sulla fronte, tutto vestito di scuro, con una cintura di marocchino nero intorno alla vita.

Il Direttore, dopo aver parlato nell’orecchio al maestro, se ne uscì, lasciandogli accanto il ragazzo, che guardava noi con quegli occhioni neri, come spaurito. Allora il maestro gli prese una mano, e disse alla classe:

– Voi dovete essere contenti. Oggi entra nella scuola un piccolo italiano nato a Reggio di Calabria, a più di cinquecento miglia di qua. Vogliate bene al vostro fratello venuto di lontano. Egli è nato in una terra gloriosa, che diede all’Italia degli uomini illustri, e le dà dei forti lavoratori e dei bravi soldati; in una delle più belle terre della nostra patria, dove son grandi foreste e grandi montagne, abitate da un popolo pieno d’ingegno, di coraggio. Vogliategli bene, in maniera che non s’accorga di esser lontano dalla città dove è nato; fategli vedere che un ragazzo italiano, in qualunque scuola italiana metta il piede, ci trova dei fratelli.

Detto questo s’alzò e segnò sulla carta murale d’Italia il punto dov’è Reggio di Calabria. Poi chiamò forte:

– Ernesto Derossi! – quello che ha sempre il primo premio.

Derossi s’alzò.

– Vieni qua, disse il maestro.

Derossi uscì dal banco e s’andò a mettere accanto al tavolino, in faccia al calabrese.

– Come primo della scuola, – gli disse il maestro, – dà l’abbraccio del benvenuto, in nome di tutta la classe, al nuovo compagno; l’abbraccio dei figliuoli del Piemonte al figliuolo della Calabria.

Derossi abbracciò il calabrese, dicendo con la sua voce chiara: – Benvenuto! – e questi baciò lui sulle due guancie, con impeto. Tutti batterono le mani.

-Silenzio! – gridò il maestro, – non si batton le mani in iscuola!

Ma si vedeva che era contento. Anche il calabrese era contento. Il maestro gli assegnò il posto e lo accompagnò al banco. Poi disse ancora:

– Ricordatevi bene di quello che vi dico. Perché questo fatto potesse accadere, che un ragazzo calabrese fosse come in casa sua a Torino e che un ragazzo di Torino fosse come a casa propria a Reggio di Calabria, il nostro paese lottò per cinquant’anni e trentamila italiani morirono. Voi dovete rispettarvi, amarvi tutti fra voi; ma chi di voi offendesse questo compagno perché non è nato nella nostra provincia, si renderebbe indegno di alzare mai più gli occhi da terra quando passa una bandiera tricolore.

Appena il calabrese fu seduto al posto, i suoi vicini gli regalarono delle penne e una stampa, e un altro ragazzo, dall’ultimo banco, gli mandò un francobollo di Svezia.”

Corazón fue un libro que me regaló uno de mis mayores. Uno que sabía muy bien el regalo que me estaba haciendo porque él mismo era un hombre de un deseado Risorgimento español. Casi me lo aprendí de memoria (una enriquecedora manera de aprender). Hoy puedo leerlo en italiano y me siento más incluido aún que entonces en las mil y una historias que contiene el libro, que contiene esta fraternal Italia de los Verdi, Cavour, Mazzoni, Garibaldi. Esta Italia que es también España, porque ambas son Europa.

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